Jean-Michel Basquiat la voce graffiante della street art

Jean-Michel Basquiat in mostra al MUDEC a Milano

Milano celebra con un’importante retrospettiva Jean-Michel Basquiat, l’artista che usava il linguaggio dei bambini per esprimere la sua rabbia graffiante verso il mondo

Il Mudec museo delle culture di Milano, presenta dal 28 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017, una grande retrospettiva dedicata a Jean-Michel Basquiat (New York, 1960-1988). Tra i più interessanti esponenti della Street Art, fra i primi ad esporre in gallerie d’arte, Basquiat visse la sua vita con intensità e sofferenza, ma troppo breve la sua esistenza in quella New York degli anni Ottanta.

Tra i suoi amici, Keith Haring e Andy Warhol, che fu tra i suoi maggiori estimatori. La selezione delle 100 opere di Jean-Michel Basquiat è curata da Jeffrey Deitch (ex direttore del MOCA di Los Angeles) e amico dell’artista, insieme al saggista Gianni Mercurio che espongono per l’occasione anche alcune opere di grandi dimensioni mai esposte prima in Italia. Le opere provengono dalla collezione privata dell’imprenditore israeliano Yosef Mugrabi e da altri collezionisti.

“Da quando avevo diciassette anni, ero certo di diventare celebre. Avevo delle idee romantiche sulla maniera di diventare celebre. Sognavo i miei eroi, Charlie Parker, Jimi Hendrix…”

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Per Basquiat tutto ha inizio a New York con il periodo dei graffiti, fine anni settanta e primi anni ottanta

Lui un ragazzino come tanti, in mano un grosso pennarello nero usato come lingua per potersi difendere, esprimere e parlare. Correre velocemente, lasciando tracce del proprio disagio sui muri dei palazzi, in continua sfida col vento, il freddo della notte e della paura. Infine, tracciando la sua firma: Samo (Same Old Shit).

Ma le tracce di segni sospesi nel vuoto dei vecchi muri di Manhattan, a volte risultavano forme incompiute perchè ne lasciava i tratti liberi all’immaginazione, tipico di chi fugge perchè braccato dalla polizia. Infatti per lui, erano linguaggio quei percorsi di graffi incisi che tracciava sui muri e sui vagoni della metropolitana. Linguaggi e segni messi in libertà, con le parole che sprigionavano come fossero richiami in movimento.

Anche Scrutando dentro i lavori di Basquiat, si colgono le impressioni tra le pieghe dei suoi collages o nelle vecchie porte o cartoni riciclati. Come i graffiti tracciati sui muri di SoHo e dell’East Village, che descrivevano la sua rabbia dentro le incisioni profonde e formavano musicalità con disperante ammirazione. La sua è una scrittura che urla e cerca di scuotere gli animi perfino di chi, non è abituato ad ascoltare l’altro, considerando ancora oggi, la scrittura di strada come gesto vandalico, ciò che invece seduce. E questo lo fa usando parole forti che fendono l’aria tremendamente.

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E sulle pareti dei vagoni venivano tracciate le urla spesso monocrome in forma di scrittura che si accompagnavano alle teste scheletriche o robotizzate sospese nel vuoto. E a volte, per diluirne l’esuberante potenza, con colate sgocciolanti di colore. Ma forse l’uso della voce tracciata sui muri, per Jean-Michel Basquiat iniziò molto prima, sui banchi di scuola o quando disegnava fumetti sui quaderni dove le parole incrociavano e aggredivano le figure fumettistiche. Finché un giorno, molto presto, ci si accorge di lui.

Nel marzo del 1982 a New York presso la galleria di Annina Nosei viene allestita la sua prima personale. Successivamente Annina Nosei diventerà la sua gallerista e gli metterà a disposizione come studio il seminterrato della sua galleria. Viene organizzata la sua prima personale in Europa, in Italia e precisamente a Modena nel maggio 1981 alla galleria Mazzoli. Edo Bertoglio, fotografo e cineasta svizzero che negli anni ’80 ha conosciuto Basquiat a New York e su di lui ha girato il film “Downtown 81” presentato a Cannes in quegli anni, dice che stargli vicino era abbastanza complicato e che anche a casa sua, Jean-Michel Basquiat gli aveva dipinto perfino il frigorifero le porte e le pareti. Racconta che un giorno gli tagliò perfino il materasso in sei parti per dipingere su ogni pezzo per poi, la sera, ricomporlo per dormirci sopra.

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Una volta qualcuno chiese a Jean-Michel Basquiat quali artisti lo avessero ispirato e lui senza esitare aveva risposto:

“Ciò che davvero mi piace e mi ha influenzato sono i lavori dei bambini fra i tre e i quattro anni.”

Ma a Basquiat non è servito usare lo stesso linguaggio dei bambini per esprimere il proprio disagio e combattere le prepotenze e ingiustizie del mondo. Era nato a Brooklyn, nello Stato di New York, figlio di una portoricana e di un haitiano, e le ingiustizie le aveva già vissute sulla sua pelle.

Basquiat, un artista che venne spremuto come un limone da certi mercanti d’arte che addirittura gli strappavano dalle mani i lavori non finiti, come avessero avuto fretta di trasformarli in denaro sonante. Mercanti che evidentemente avevano recepito la prossima fine a soli 28 anni di un giovane artista, senza averne compreso la sua scrittura. E questo, nonostante la presenza sulle tele dei suoi graffi di dolore.

Jean-Michel Basquiat

MUDEC Museo delle Culture
via Tortona, 56 – Milano
dal 28 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017
La mostra è promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura

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